È caccia all’uomo nelle strade di
Johannesburg: ronde di sudafricani armati di pistola e machete attaccano gli
immigrati, li massacrano di botte e gli danno fuoco. Le vittime scappano e si
rifugiano nelle chiese, la polizia spara proiettili di gomma ad altezza d’uomo
ma non riesce a contenere i disordini. È il ritorno dell’odio di razza in
Sudafrica 14 anni dopo la fine dell’apartheid. Ma questa volta la violenza non
è quella dei bianchi contro i neri, ma dei neri contro i neri, dei poveri contro
i più poveri. Il bilancio è di 22 morti e una cinquantina di feriti.
Gli scontri sono cominciati da 10
giorni nelle township, i sobborghi degradati in cui il regime dei bianchi in
passato aveva segregato la popolazione di colore. Qui gruppi di sudafricani poveri
e disoccupati hanno attaccato gli immigrati stranieri provenienti dallo
Zimbabwe, dal Mozambico e altri paesi confinanti, accusandoli di accaparrarsi
il lavoro e di aumentare la criminalità.
Per fermare le violenze è
intervenuto anche l’ex presidente Nelson Mandela, leader storico della lotta
contro l’apartheid e premio nobel per la pace: «Ricordate da quali orrori
veniamo – ha affermato-, non dimenticate mai la grandezza di un Paese che ha
sconfitto le sue divisioni. Non ripiombiamo in una lotta distruttiva». Ma i
suoi appelli sono caduti nel vuoto e la capitale è rimasta preda delle
violenze. Ieri il presidente Thabo Mbeki ha annunciato l’istituzione di una
commissione di inchiesta per indagare sulle violenze.