"Sono qui non per difendere la
persona mortale che io sono, ma per difendere la grandezza di una piccola
nazione della Bosnia Erzegovina", così Radovan Karadzic si è rivolto ai giudici della Corte internazionale di
giustizia dell'Aja durante il processo a suo carico, ripreso ieri.
Dopo vari tentativi per sottrarsi
al giudizio con il disconoscimento del tribunale giudicante,
Karadzic non ha potuto più rinviare ed ha così accettato di parlare. L'ex presidente della Repubblica serba di Bosnia-Erzegovina, è stato accusato nel
1996 di genocidio e crimini contro l'umanità commessi durante la guerra nell'ex Jugoslavia. Da allora e per venti anni ha vissuto in latitanza fino al suo arresto avvenuto a Belgrado il 21 luglio 2008
ad opera delle forze di sicurezza serbe. Il nipote di Karadzic, Dragan, ha raccontato come lo
zio durante la sua latitanza amasse recarsi in Italia per seguire le partite di
calcio di Lazio ed Inter, dove al tempo militavano i giocatori serbi Sinisa
Mihajlovic e Dajan Stankovic.
"La mia guerra era santa e
giusta. Fu colpa dei musulmani bosniaci che volevano uno stato islamico", così
Karadzic si è difeso consultando i suoi documenti davanti al computer e
assistito dal legale inglese Richard Harvey, assegnatogli d'ufficio. Per l'occasione ha indossato
una cravatta rosso-blu, i colori della bandiera nazionale, come
usava fare anche Slobodan Milosevic nelle occasioni importanti. L'ex presidente
ha inoltre rifiutato le accuse di pulizia etnica, del massacro di ottomila
uomini a Srebrenica e della creazione di campi di concentramento che, a suo avviso, erano solo centri di raccolta per rifugiati.
Davanti all'aula erano presenti le
madri di Srebrenica, sempre più stanche e sempre più desiderose di un giudizio e
di giustizia per i figli uccisi in quel massacro.
Nel frattempo oggi c'è stato l'ennesimo rinvio del processo in quanto l'ex leader serbo-bosniaco ha chiesto ai
giudici del Tribunale penale per i crimini di guerra ulteriore tempo per poter preparare la sua linea difensiva.