WASHINGTON - Se a luglio un barile di petrolio costava 147 dollari, oggi il prezzo è sceso sotto la soglia dei 64 dollari: meno della metà in soli tre mesi. La portata del calo dimostra che negli ultimi tempi si era creata una bolla speculativa che ora si sta sgonfiando, ma la velocità di questo cambiamento è vissuta in maniera traumatica dai paesi esportatori di petrolio. Oggi, in un vertice straordinario a Vienna, l'Opec ha stabilito un calo della produzione di 1,5 milioni di barili al giorno, a partire da novembre, per fronteggiare il calo del prezzo.
I mercati europei e americani, però, non hanno reagito a questa decisione e oggi si è registrato un ulteriore calo delle quotazioni del greggio. I corsi del future sul Brent Crude (le previsioni sul prezzo del petrolio in Europa) a Londra sono arrivati a 62,10 dollari, con un calo di 3,82 dollari sul riferimento, mentre il future sul Light Crude (previsoni sul prezzo negli Usa) si è abbassato di 3,3 dollari al di sotto del prezzo di riferimento. Il contrario di quanto ci si aspettava in virtù della legge della domande e dell'offerta.
Secondo alcuni analisti, questo comportamento dimostra una scarsa influenza delle scelte dell'Opec sui mercati. Nell'attuale fase di recessione, infatti, il calcolo del prezzo del petrolio non è dovuto tanto all'offerta dei paesi produttori (come avveniva in passato) ma ai timori di un calo della domanda nei paesi consumatori di Europa e Stati Uniti, che sono anche quelli maggiormenti colpiti dalla crisi finanziaria. La Casa Bianca, intanto, non ha risparmiato critiche alla scelta dell'Opec, definita "contraria al mercato".