GINEVRA - Una scia di morte, continua, efferata, brutale. Saccheggi e stupri, violenze e uccisioni. Lungo le strade cadaveri di corpi ammassati; tra i civili, i volti spaventati che urlano dolore; tra i bambini, gli occhi spalancati dalla disperazione. E, su tutto questo, un delirante progetto di ingegneria pedagogica: pulizia etnica. La Repubblica Democratica del Congo ritrova i suoi fantasmi. Orribili, incessanti, come quelli che l'hanno sconvolta nei recenti anni novanta. Scontri continui tra le parti in lotta per il dominio delle immense risorse economiche naturali di cui il Paese dispone (oro, diamanti, uranio, cobalto, rame e coltan, legno pregiato e gomma arabica). Da un lato Gruppi guerriglieri Tutsi del Raggruppamento congolese per la democrazia (Rcd), guidati dal generale laurent Nkunda e appoggiati dal Ruanda, dal Movimento di liberazione del Congo (Mlc) sostenuto a sua volta dall'Uganda; dall'altro il governo di Kabila, appoggiato dagli eserciti di Angola, Namibia e Zimbabwe, nonchè da varie milizie governative (Mayi-Mayi e Hutu Interahamwe).
Dramma umanitario. Nella provincia orientale del Nord Kivu, al confine con l'Uganda e il Ruanda, si consuma un vero e proprio disastro umanitario: dal dicembre 2006 oltre 437 mila persone sono rimaste sfollate e prive degli elementari mezzi di sussistenza a causa dei combattimenti tra forze governative, reparti bellici dell'esercito e diversi gruppi armati. La comunità internazionale si mobilita: il Consiglio di Sicurezza dell'Onu nella notte ha condannato l'offensiva dei ribelli e ha espresso preoccupazione per i colpi d'arma da fuoco alla frontiera con il Ruanda. Il Segretario Generale Onu Ban Ki Moon ha inviato due emissari, uno a Kingshasa, l'altro a Kigali, per inviare entro la prossima settimana una missione militare con corpi umanitari. Dall'Italia la Farnesina rende noto un fondo di emergenza di 900 mila euro presso l'ambasciata italiana a Kingshasa per interventi sanitari e di accoglienza in favore degli sfollati dalla regione del Nord Kivu. Circa 300 mila euro verranno destinati ad acquisti di beni di prima necessità (cibo, coperte, vestiti) da distribuirsi tramite l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati.
Un Paese allo stremo. Il leader dei ribelli Nkunda ha proclamato un cessate il fuoco, annunciando l'apertura di un corridoio umanitario per gli aiuti verso la popolazione. Le sue richieste? Annullamento di accordi commerciali con la Cina del valore di 5 miliardi di dollari - che secondo Nkunda avrebbero svenduto le ricchezze naturali del Paese -, più il disarmo degli Hutu. Ma la presa di posizione di Nkunda è solo l'ultimo aspetto di un popolo segnato da numerosi conflitti, crudeli e spietati. Ex colonia francese e poi belga, il Congo è indipendente dal 1960. Teatro di un susseguirsi di passaggi di governo, è stato amministrato dal 1963 da un regime socialista (collegato all'ex Urss) ad opera del dittatore Sese Seko Mobutu (1965-2007). A partire dagli anni novanta il Paese è stato alimentato dalla guerra civile e dai conflitti tra le componenti etniche delle province frontaliere. Il conflitto in corso è il più sanguinoso dai tempi della seconda Guerra Mondiale, al punto che per il numero di attori internazionali coinvolti (Zimbabwe, Namibia, Ruanda e Uganda) si è parlato di Prima Guerra Mondiale africana. La maggior parte delle vittime sono civili, spesso morti a causa di combattimenti e fame, malattie, mancanza d'acqua e ogni tipo di assistenza medica e sociale. Dal 1998 ad oggi si quantifica in oltre 4 milioni di morti il bilancio delle vittime, di cui circa la metà bambini. In un Paese di oltre 60 milioni di abitanti, con un reddito annuo pro capite di appena 130 dollari e un'inflazione al 385%, la speranza di vita media è di soli 46 anni. Appena il 22% della popolazione ha accesso all'acqua potabile e il 9% ai servizi igienico-sanitari, mentre il 4% della popolazione è affetto da Aids. Mine e ordigni inesplosi costituiscono ulteriore pericolo per la soppravvivenza dei bambini e dei civili in genere. Il 34% dei bambini non viene registrato alla nascita; appena il 10% vive con i propri genitori. Un vero e proprio dramma è costituito dalla condizione dei bambini di strada: spesso accusati di stregoneria, sono esposti a violenze e abusi di ogni tipo. Il 32% dei bambini tra 5 e 14 anni è coinvolto in qualche forma di sfruttamento del lavoro minorile, compreso il lavoro in miniera. Le gravi condizioni di vita nei campi sfollati hanno favorito il diffondersi di malnutrizione ed epidemie di morbillo, mentre la difficoltà di fornire acqua potabile ha contribuito a centinaia di casi di colera. Come risposta all'emergenza, il 30 maggio 2003 il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha dato il via a una forza multinazionale di pace e all'invio di un contingente di caschi blu. La Missione Monuc, che ad oggi presenta oltre 17 mila effettivi, è la più grande missione di pace Onu al mondo.