Sassari - "Il signor Pinna l'ho liberato io": sono
queste le parole di Salvatore Atzas, imputato principale, in apertura di una nuova
udienza sul sequestro dell'allevatore di Bonorva, Giovanni Battista Pinna. Una
svolta processuale, che può ribaltare o aggravare la posizione dell'allevatore
di Sedilo, che si era sempre rifiutato di rilasciare dichiarazioni.
Titti Pinna chiede di spegnere telecamere e macchine
fotografiche. Chiede conforto, vuole pregare, e in aula scende il silenzio.
Atzas e Natalino Barranca (servo pastore, anch'egli imputato) dalla gabbia
osservano le spalle dell'ex sequestrato e non si guardano neppure.
In aula si accavallano le voci. Con freddo distacco Atzas prende
la parola e tramite il suo avvocato, Salvatore Porcu, si chiede un confronto
faccia a faccia con Titti Pinna. "La richiesta di parlare in aula guardando
in faccia la parte offesa non trova nessun riscontro in campo giuridico, mi
oppongo"; replica il Pm Gilberto Ganassi.
E' una richiesta curiosa e inaudita
- continua -, un atteggiamento agropastorale che si ritrova nel codice
barbaricino: il cosiddetto s'accaramentu, dove si prescrive che le accuse
debbano essere chiarite guardandosi in faccia o meglio negli occhi. Respinta
dal presidente Plinia Azzena l'istanza
della difesa, Atzas chiede che Pinna veda "la sua statura e le mani",
prima di affermare di aver liberato l'ostaggio. Poi vistosi alle strette si contraria: il suo viso esprime nervosismo,
e decide di fare una dichiarazione spontanea. Sostiene di aver liberato Titti
Pinna, ma l'allevatore di Bonorva, subito dopo smentisce. Alla domanda del Pm
se qualcuno lo abbia aiutato a scappare, risponde: "nessuno, a parte il
Padre Eterno".
Vengono ricostruite nell'interrogatorio di Ganassi alcune
fasi della prigionia, in particolare la successione dei pasti (per Titti uno al
giorno, un'ora prima della mungitura mattutina) che l'ex ostaggio nel buio consumava
in un angusta cella di pietra, al di là del muro di fieno che lo teneva
nascosto. Si mostrano in un maxi schermo delle immagini refertate degli oggetti
ritrovati alle porte di Sedilo, nell'ovile prigione di Su Padru. La forchetta
usata per liberarsi dalla catena, il secchio che usava per i bisogni e in aula
il fucile ritrovato nel covo lager, che secondo Pinna potrebbe essere quello
che gli è stato puntato contro dai banditi durante il rapimento.
A questo punto l'avvocato Pasqualino Federici, legale di
Natalino Barranca, presenta istanza per un controinterrogatorio e un ulteriore
approfondimento. La difesa di Federici batte su un punto: Barranca non sapeva
(visto che si recava in ovile solo per la mungitura e sempre con Atzas perché non
è in grado di guidare) che Titti Pinna fosse a Su Padru.
Il processo è stato quindi aggiornato a martedì prossimo,
alle 10.30, quando l'ex ostaggio tornerà in aula per la terza volta, per
rispondere anche alle domande dei legali di Atzas, Salvatore Porcu e Rosaria
Manconi.