LOS ANGELES - Sembra una maledizione e non c'è regista o cast che tenga. Ma sembra che fare film sull'Iraq o l'Afghanistan faccia scappare gli spettatori delle sale americane. Con buona pace dei produttori.
Basta fare quattro conti all'ultimo arrivato in ordine di tempo: "Nessuna verità" ("Body of lies") di Ridley Scott, con Russell Crowe e Leonardo di Caprio.
La caccia a un pericoloso terrorista di al Qaida da parte della Cia e dei servizi segreti della Giordania ha incassato 13 milioni di dollari su un costo di 70 milioni. Se non è un disastro, poco ci manca. E le previsioni dicono che non andrà oltre i 35 milioni totali.
Nomi eccellenti. Il film è comunque in buona compagnia, e tutti i nomi sono eccellenti: da "Redacted" di Brian De Palma, che nonostante il Leone d'argento alla Mostra del cinema di Venezia di un anno fa, non è nemmeno uscito in sala, a "Nella valle di Elah" ("In the valley of Elah") del premio Oscar Paul Haggis, che malgrado ottime recensioni è stato visto da un americano su dieci, malgrado attori come Tommy Lee Jones, Susan Sarandon e Charlize Theron. Per finire con "Leone per agnelli" ("Lions for the lambs") diretto e interpretato da Robert Redford, con Meryl Streep e Tom Cruise. Messi insieme i due film arrivano a malapena a 8 milioni di dollari di incasso totale.
Sfugge fino a ora un motivo certo su questa tendenza, si va dal semplice disinteresse da parte del pubblico, oramai assuefatto a questi temi anche in televisione; alla fuga da temi considerati troppo 'deprimenti' e dunque la necessità di evaderli.
Il caso "W". Ma come spiegare allora il successo di "W." di Oliver Stone, velenosa biografia su George W. Bush (che per la cronaca, aprirà domani il Festival di Torino diretto da Nanni Moretti e che non ha ancora una distribuzione in Italia), in cui Iraq e Afghanistan entrano prepotentemente in scena nella seconda parte del film? Che Oliver Stone abbia trovato una formula magica, scottato dai suoi due precedenti disastri che andavano all'origine dei due conflitti ("Worl Tride Center") o comunque ne erano suggestionati ("Alexander")?
Un fenomeno complesso. Di certo il fenomeno va oltre qualsiasi considerazione cinematografica in senso stretto e il fatto che buona parte della critica cinematografica Usa ne parli, ma non faccia nessuna analisi approfondita è lo specchio di tutta la questione.
Hollywood e la guerra. Certo stavolta Hollywood non la si può accusare di aver chiuso gli occhi come durante la guerra del Vietnam. Mai, infatti, a parte durante la Seconda Guerra mondiale, il cinema americano aveva raccontato le sue guerre mentre erano in corso: i film sul Vietnam arrivarono a trincee chiuse, da "Tornando a casa" ("Coming home") del 1978 a "Apocalipse now" del 1979 a "Platoon" dell'86 a "Nato il 4 luglio" (Born on the 4th of July") dell'89.