Quest'anno previste molte manifestazioni in suo onore

Sergio Leone un regista mito
che dura da ottant'anni

Amato dal pubblico e poco capito dalla critica ha reiventato
un western senza eroi

03-01-2009 | Cultura e Spettacolo | Francesco Bellu

Sergio Leone

ROMA -  Era scorbutico, pignolo sino all'eccesso, quasi dittatoriale sul set. Ma girava film come nessun altro in Italia.
A ottant'anni dalla sua nascita e a venti dalla sua morte, Sergio Leone è probabilmente il regista più popolare (nel senso letterale del termine) del nostro cinema e i suoi film, dalla mitica trilogia del dollaro (Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più e Il Buono, il Brutto, il Cattivo), sino alle struggenti epopee di "C'era una volta il West" e "C'era una volta in America", sono diventati dei cult-movie per un pubblico appassionato, al limite del religioso.
Per celebrare questi anniversari, per tutto il 2009 sono previste infatti una serie di manifestazioni culturali, retrospettive e proiezioni speciali. Una bella rivincita per un regista che per buona parte della sua carriera è stato bersagliato dalla critica italiana e considerato né più, né meno come un modesto mestierante del cinema, un buon artigiano della pellicola.

Gli inizi. Nato il 3 gennaio del 1929, ha mangiato pane e film sin da piccolo; suo padre era  Roberto Roberti, pioniere del cinema muto, sua madre l'attrice Bice Walerian.
I suoi primi lavori, alla fine degli anni Quaranta, sono legati a registi come Vittorio De Sica in "Ladri di biciclette" e soprattutto Mario Bonnard, di cui è assistente alla regia.

Nella Hollywood sul Tevere. Negli anni Cinquanta scrive sceneggiature di film storico-mitologici (i cosiddetti peplum) e lavora come aiuto regista o direttore delle seconde unità in alcuni kolossal hollywoodiani come "Quo Vadis", "Elena di Troia" e "Ben Hur". Ed è proprio con questo genere di film che Sergio Leone esordisce nel 1960 con il "Colosso di Rodi". Un'esperienza fallimentare.

Nel segno del dollaro. Ci vorrà un viaggio nella frontiera di un West mai visto sullo schermo: livido, violento e senza eroi a cambiare  tutto. Con "Per un pugno di dollari", nasce quello che tutti conoscono come "Western all'italiana" o "Spaghetti western". Ma piuttosto che celebrare il mito della grande frontiera americana, tipica in molti film statunitensi del periodo, Sergio Leone inizia a raccontarne la fine.
Il pubblico fa la fila, la critica storce il naso per l'eccesso di violenza esibita e per una visione senza speranza che non riesce a comprendere.

I suoi film successivi, che compongono la "trilogia del dollaro", aumentano il pessimismo di fondo, grazie anche un lavoro tecnico sempre più preciso (lunghissime panoramiche e primissimi piani, la musica di Ennio Morricone che è quasi un personaggio, mai commento alle scene, dilatazione del tempo e delle azioni), ma non sempre il pubblico lo segue in questi esperimenti.

Il mito americano. Con la gigantesca epopea di "C'era una volta il West", il cinema di Leone raggiunge la maturità e si arricchisce di una vena malinconica, l'unica adatta a raccontare la fine della grande frontiera americana.

La sua carriera si chiude con "C'era una volta in America", fluviale gangster-movie (oltre 4 ore) in cui la storia di due boss ebrei della New York degli anni Trenta è raccontata con spericolati salti temporali, pallottole e sangue, uniti in una parentesi struggente sul valore dei ricordi.
Muore il 30 aprile del 1989, stroncato da un infarto, mentre sta lavorando a un film sull'assedio di Leningrado durante la Seconda Guerra Mondiale. 

«Il cinema deve essere spettacolo. È questo che il pubblico vuole. E per me lo spettacolo più bello è quello del mito», aveva detto una volta. Guardando i suoi film e il seguito che hanno tutt'ora tra il pubblico, Sergio Leone è riuscito a fare del suo cinema un grande spettacolo, un mito.

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