PECHINO - Alla vigilia del 50mo anniversario della fallita rivolta contro Pechino, i tibetani tornano in piazza. Nella provincia occidentale di Qinghai decine di persone hanno protestato contro il fermo di un uomo a un posto di blocco. Dopo la manifestazione, in cui sono state lanciate alcune molotov contro un auto della polizia e un mezzo dei vigili del fuoco senza però causare vittime, sono stati arrestati 109 monaci, tutti del monastero di An Tuo, mentre due giornalisti italiani sono stati fermati.
Secondo la polizia cinese gli arresti rientrerebbero nelle tante misure straordinarie adottate da Pechino per scongiurare eventuali disordini anti-cinesi che si potrebbero verificare martedì 10 marzo, esattamente cinquant'anni dopo la rivolta che portò alla fuga in India del Dalai Lama. Fra i provvedimenti eccezionali c'è stato lo schieramento di truppe militari aggiuntive alle frontiere e lungo le arterie principali delle zone a più alta densità di tibetani. E' in vigore anche il divieto di ingresso ai visitatori stranieri in circa un quarto del territorio cinese.
I due giornalisti italiani, Gabriele Barbati di Sky Tg24 e un altro corrispondente dell'Ansa di cui non si conosce ancora il nome, poco dopo essere usciti dal monastero di An Tuo dove hanno raccolto alcune testimonianze, sono stati fermati dalla polizia e trattenuti per oltre tre ore pur non avendo violato alcuna legge cinese. La polizia non ha dato spiegazioni sulle ragioni del fermo. I due professionisti, raggiunti telefonicamente poco dopo la loro liberazione, hanno raccontato le dinamiche del fermo.
"All'inizio hanno cercato di spaventarci - ha detto il corrispondente di Sky Tg 24 - ma la nostra preoccupazione era soprattutto per il nostro autista. Ai locali la polizia riserva sempre un trattamento diverso rispetto agli stranieri. Per fortuna alla fine hanno rilasciato anche lui".
Intanto, il presidente cinese, Hu Jintao, ha esortato in un discorso i leader tibetani a costruire una "grande muraglia contro il separatismo". Secondo Hu, che nel 1989 quando guidava il Partito comunista locale guidò una sanguinosa repressione in Tibet, "la provincia himalayana dovrebbe progredire verso un rapido sviluppo economico e garantire sicurezza e stabilità sociale".